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Le foreste casentinesi, riconosciute proprio in questi giorni a livello europeo, sono fra le zone che maggiormente godono di un'ottima rete sentieristica, anche in relazione ai mappe, e mantenimento.

Il materiale, cartaceo e digitale, è abbondante e descrive i vari percorsi in termini di dislivello, durata oraria e lunghezza chilometrica. 

Ma la “strada” inizia dai piedi. É il contatto corporeo, quello che il nostro corpo è in grado di recepire che ci può dare il senso dell'essere lì. E il nostro ascolto. Non c'è differenza fra  coloro che in una giornata sono in grado di macinare chilometri o per chi si allontana solo di poco, per tutti quello che rimane è la bellezza di una natura che cambia in continuazione, e, se glielo permettiamo, che ci cambia. Poco per volta  i nostri piedi si adegueranno alle crepe della terra, ai rami caduti, alle foglie che cancellano il sentiero, al fango. Cercheremo il contatto di un tronco, della pioggia che cade, o saremo semplicemente attoniti nella foresta che si accende di lucciole. Dalla terra s'innalza il respiro che ci confonde e ci fonde.

I piedi incontrano sentieri che si intrecciano si incrociano si dividono che diventano “cammini”    nomi con cui vengono battezzati ma con cui difficilmente si riesce a definirli.

Così, partendo proprio dal rifugio e ripercorrendo la strada sterrata, possiamo decidere di conoscere il “sentiero dei tedeschi”, per scoprire che la linea gotica è stata tracciata anche su queste montagne. Lungo il facile tracciato si indovinano le strutture di difesa, delle semplici fosse nel terreno prive di materiale murario, e si potrebbe sorridere della loro innocenza se non ci venisse ricordato l'eccidio di Moggiona, piccolo paese a pochi chilometri dal rifugio. 

E poi si inizia a camminare. Inizia anche la  scoperta della possibilità di costruirsi il proprio percorso, ognuno con diverse caratteristiche, con le mete che vogliamo raggiungere e che non sono solo meramente materiali. Una strada che ci insegni il piacere, la possibilità di un tempo diverso, la pazienza per chi non ha il nostro passo come la sorpresa di poterlo allungare, l'incomparabile ricchezza di camminare da soli con il solo ritmo del cuore che accompagna i passi.

Si incontra la storia di uomini e donne che hanno vissuto e lavorato lungo “la strada dei legni”, linee di comunione fra le diverse comunità, percorsi antichi che indoviniamo sotto le nostre suole mentre percorriamo il sentiero degli “acuti”. E magari, mentre siamo presi dal raggiungere la meta, improvvisamente ci sembra di non essere soli, un'ombra fra le ombre, un rumore improvviso, un movimento colto con la coda dell'occhio, ci ricordano che noi siamo ospiti. Ospiti a volte ingombranti rumorosi, disattenti, prepotenti e pretenziosi. E' il momento di fermarsi e di fare memento . Di ringraziare per ciò che ci viene dato con tanta generosità e abbondanza. Di ricordarci di lasciare questo mondo un poco migliore di quello che abbiamo trovato, o soltanto di essere noi un po' migliori di quando siamo partiti. 

Barbara Calesini